Professor Serianni, che rapporto hanno i giovani
col dizionario?
È un rapporto alquanto
occasionale: perlopiù il dizionario viene portato a scuola quando c'è un
compito in classe, quasi come una specie di talismano, e poi non ci si pensa
più. In realtà un dizionario può essere sfogliato quasi come un libro di
lettura: oltre al significato di una parola che non conosciamo, vi troviamo le
collocazioni, cioè le combinazioni tipiche all'interno di una frase (posso dare un ordine o un consiglio, ma solo impartire un ordine), la reggenza (una
dieta può essere carente di proteine,
ma un alunno sarà carente in una
certa materia), la fraseologia (che cosa vuol dire lavare la testa all'asino?), l'etimologia e altro ancora.
"Friendzone" e "selfie
stick" sono solo alcuni dei termini
recentemente entrati nel Devoto- Oli. L’intensificarsi dei prestiti linguistici
è un arricchimento o un impoverimento per l’italiano?
In generale è del tutto
fisiologico che una lingua accetti parole provenienti da altre lingue.
Indubbiamente, però, il recente afflusso di anglicismi non adattati in italiano
è una tendenza che andrebbe regolata: non certo da qualche autorità, ma
dall'autodisciplina degli stessi parlanti, che molte volte non farebbero
nessuna fatica a usare termini italiani. Nulla di male se diciamo cancellare un volo sul modello
dell'inglese to cancel, invece di annullare; l'italianissimo verbo cancellare si è arricchito di
un'accezione in più. Ma le parole non assimilate alla struttura dell'italiano
perché terminanti in consonante o contenenti gruppi fonici o grafici estranei
alla nostra lingua, rischiano di essere come altrettanti granellini di sabbia
che alla lunga possono danneggiarne il funzionamento.
Qual è la conoscenza della lingua italiana che hanno i ragazzi in età
scolare, in medi? In confronto al passato, i dati sono migliorati o peggiorati?
Ancora cinquant'anni fa
un certo numero di ragazzi, abituati a usare soltanto il dialetto, avevano
difficoltà con la lingua nazionale. Oggi questo non avviene più; tuttavia si è
perso, o si è allentato, il contatto con la lingua scritta: non solo quella dei
grandi classici (I Promessi Sposi
risultano non di rado un testo linguisticamente difficile, e questo un tempo
non sarebbe avvenuto), ma anche quella di un editoriale giornalistico. Se un
adolescente non capisce parole come irretire,
precario, discettare, dimestichezza
rischia di diventare un cittadino di serie B, che non sarà in grado di leggere
e di giudicare criticamente ciò che è scritto nella sua stessa lingua, ma che
esula dal linguaggio più quotidiano e familiare.
In che modo dei vocaboli entrano nel dizionario? Come funziona la lessicografia,
spiegato in maniera semplice?
Ogni dizionario si
inserisce in una tradizione: gran parte delle parole si trovano in tutti i
dizionari, magari presentate in modo differente. I neologismi sono in genere
accolti con prudenza: diversamente un dizionario rischia di apparire
invecchiato appena pubblicato, perché gran parte delle parole che si affacciano
sul nostro orizzonte linguistico (televisione, social network ecc.) ha vita
brevissima e non attecchisce. Oltre alle singole parole, poi, bisogna prestare
molto attenzione alle nuove accezioni e a quelle che tendono a regredire. Due
esempi. Per indicare chi ha una relazione affettiva anche stabile con un'altra
persona senza il vincolo del matrimonio è oggi usuale compagno, compagna,
mentre un tempo c'erano solo i compagni di scuola o quelli di partito; signorina si usa ancora in riferimento a
una ragazza, ma è una parola ormai quasi in disuso per indicare una settantenne
nubile. Quale che sia il suo stato civile, ci viene spontaneo di chiamarla signora, non signorina.
Petaloso= italiano in pericolo?
La creazione estemporanea
di petaloso da parte di un bambino ha
avuto una pubblicità esagerata (anche se la maestra ha fatto bene a dare
soddisfazione al suo alunno, interpellando persino l'Accademia della Crusca). I
bambini, in quanto parlanti ancora acerbi, inventano parole ben formate, cioè
rispettose dei meccanismi formativi dell'italiano (petalo → petaloso come fumo →
fumoso), ma inesistenti. Tutte le parole nuove che riescono ad affermarsi
hanno un inventore, che in genere resta sconosciuto; ma è ben difficile che tra
un anno qualcuno si ricordi ancora di petaloso,
una creazione destinata a tornare nel nulla come gran parte dei neologismi
occasionali.
Qual è il futuro dell’italiano? Lo intravede prospero o declinante?
Difficile fare profezie
in questo campo (e fare profezie in genere). Due variabili da tener d'occhio
per misurare la salute dell'italiano, e quindi i suoi assetti futuri, sono il
possesso della lingua intellettuale da parte delle nuove generazioni, a cui già
accennavo, e la fortuna dell'italiano all'estero. Qualche anno fa c'era una
grande richiesta di italiano nel mondo: secondo alcuni calcoli, l'italiano era
addirittura la quarta lingua più studiata nel mondo; oggi la situazione è meno
rosea, anche perché nel borsino delle lingue si sono fatti spazio altri idiomi,
a partire dal cinese. Sostenere lo studio dell'italiano all'estero dovrebbe
essere una priorità del governo, anche per le ricadute economiche, come ben
sanno paesi a noi vicini come Francia, Germania, Spagna e anche Portogallo.
Ci sono tecniche per sollecitare i giovani ad utilizzare aggettivi e
verbi che non siano sempre gli stessi?
Sono utili degli esercizi
presentati in forma di gioco, concepiti per stimolare queste competenze, che
potrebbero essere proposti a scuola, accanto a quelli più tradizionali. Ne ho
parlato in un mio volume di qualche anno fa, Leggere, scrivere, argomentare, Laterza.
Come può essere intesa la scelta degli italiani di usare sempre più
anglicismi per esprimere emozioni, fatti, eventi e prodotti?
C'è sicuramente una buona
dose di provincialismo ("l'erba del vicino è sempre più verde" è un
tipico proverbio nostrano). In realtà coloro che davvero padroneggiano una
lingua straniera, poniamo l'inglese, non fanno nessuno sfoggio di anglicismi
inutili; direi che non hanno nessun complesso di inferiorità nei confronti di
quella che è oggi la lingua veicolare mondiale: la usano quando serve, senza
rinunciare alla madrelingua. È anche un fatto di attaccamento alla propria
identità, di amore per le proprie radici.
Uno dei casi rari – fortemente marcato nell’introduzione del dizionario
da lei curato – in cui l’italiano impone un termine tecnologico inglese è nuvola digitale.
Cosa si prova quando gli italiani decidono di italianizzare un vocabolo
inglese?
Ovviamente mi fa molto
piacere. È una conferma che non esistono parole o espressioni intraducibili in
un'altra lingua.
Quanto tempo ci vuole per redigere un dizionario? È un'impresa ardua o ci sono particolari tecniche?
Il tempo varia a seconda
dei traguardi che ci si prefigge e delle risorse finanziarie che l'editore
decide di investire nell'impresa. Oggi la disponibilità di grandi archivi
digitali permetterebbe di verificare l'uso delle singole parole (le loro
accezioni, le collocazioni più frequenti ecc.). Ma naturalmente una
ricognizione così ampia (anche se ridotta alle parole più frequenti, che sono
pur sempre alcune migliaia) richiede tempi lunghi e un rischio d'impresa non
trascurabile. Tutti fattori con cui fare i conti. Del resto mi pare che anche all'estero
non abbiano messo mano a un'impresa così ambiziosa.
Quali letture si sente di consigliare a ragazzi appassionati della
storia dell’italiano e della letteratura?
Il piacere della lettura non dovrebbe essere imposto: da piacere diventerebbe dovere, se non addirittura noia. Diciamo che, se un adolescente mi chiedesse un consiglio, gli suggerirei da un lato i grandi classici della letteratura europea in traduzione, da Tolstoj a Mann (che, oltretutto, essendo tradotti in italiano moderno, non presenterebbero difficoltà linguistiche), dall'altro i saggi di alta divulgazione sui grandi temi della civiltà contemporanea: dalla geopolitica al rapporto tra le religioni alle trasformazioni della scienza. Naturalmente c'è anche la letteratura nazionale che non c'è modo di studiare a scuola; e allora suggerirei alcuni significativi titoli del Novecento, dal Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa all'Isola di Arturo di Elsa Morante, solo per citare qualche titolo.
In che modo voi linguisti inserite nuove voci in un dizionario? Ci sono determinati standard?
La
redazione di un dizionario mantiene un irriducibile margine di artigianato. È
solo l'esperienza dei redattori, il loro "senso della lingua", che
suggerisce di fare spazio a una parola che mostra di avere le gambe per farsi
strada nella lingua comune. Tenendo conto di una variabile puramente esterna:
un dizionario non può dilatarsi perché perderebbe la necessaria maneggevolezza
e costerebbe troppo: di massima, le nuove accessioni devono essere
controbilanciate da un certo numero di lemmi da cancellare, e non è mai facile
escludere parole, anche rare e specialistiche, che appartengono comunque
all'italiano, a una sua fase storica o a un suo particolare ambito d'uso.
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